Ho scritto Tano sulla sabbia

Tano, pecoraio siciliano, ha il pallino degli affari, una volontà ferrea e un guru americano per amico, Vincent. Tra consigli consumati insieme a ricotte, sarà proprio Vincent a instradare Tano all’imprenditoria.
A fare da cornice una spiaggia che, ben presto, suscita attenzioni impreviste e lo obbliga, in un crescendo di liti familiari e battibecchi con le autorità, a tenere testa alle istituzioni, chiamando a raccolta moglie e figli, per salvare l’onore e non solo. La sua dirompente genialità, a volte tradita dalla insufficiente scolarizzazione, lo rende protagonista di una vicenda paradossale, riflesso di uno spaccato dell’attuale società, dove tutto cambia, perché nulla cambi. Gli autori, abilissimi nel rendere visibili non solo le azioni ma i sentimenti dei personaggi, consentono un’immedesimazione piena, una partecipazione totale a un susseguirsi di vicende fortemente caratterizzate da passaggi dialettali. Per quanto possa sembrare incredibile, gli stralci in siciliano stretto non fanno perdere il filo, semmai, consentono un’immersione ancora più profonda. Tano, Cettina e persino i personaggi secondari diventano la famiglia del lettore, quella famiglia che, per chiunque, rappresenta il tipico nucleo di incontro e scontro. Tra le righe si assaporano gli stacchi generazionali genitori e figli, con i conseguenti tentativi più o meno riusciti di mantenere sani i rapporti; gli alti e bassi matrimoniali, conditi dalla presenza di parenti che non sempre sanno stare al proprio posto; e c’è la società, tutta, quella fatta di dicerie, di prese di posizioni, di errori raffazzonati, di verità rimestate.
Si ride tanto, tantissimo, con Ho scritto Tano sulla sabbia.
Si ride dall’inizio alla fine, ma è dopo la fine che ci si chiede: “C’è davvero solo da ridere?”
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